AI CESSATI SPIRITI
C’è una via avvolta dal mistero in Roma chiamata dei Cessati spiriti. Una strada originatasi a causa della variazione del tracciato di via Appia Nuova, riformulata negli anni Quaranta del secolo scorso. È una via scarna e solitaria, con palazzine popolari, senza balconi, con i muri incombenti sul selciato e vegetazione marginale incolta a getto, nella quale è difficile distinguere l’alternarsi delle stagioni. Al civico 22 è attiva ancora un’osteria denominata Armando e il Conte che sfoggia l’anno 1738. È l’erede dell’antica osteria che esisteva proprio nello stesso posto. Oggi è denominata in tal modo per un personaggio, realmente esistito a cavallo tra fine Ottocento e primi del Novecento. Adriano Bennicelli era figlio di un falegname molto ben introdotto in santa romana chiesa e che aveva l’esclusiva degli interventi riguardanti il legno in Vaticano. Il padre, Flippo, dicevo, fu nominato Conte da papa Pio IX per le straordinarie prestazioni offertegli dopo il suo ritorno da Gaeta, dove andò a rifugiarsi per 17 mesi, ospite di Ferdinando II di Borbone, a seguito dei moti rivoluzionari del 1848. Armando, presuntuoso e strafottente, era soprannominato, provocatoriamente e con intento denigratorio, Tacchia dal popolino della città eterna. Dovete sapere, cari lettori, che nel dialetto romano, tacchia, sta a significare quel pezzetto di legno che si incastra sotto le gambe per non far traballare un tavolo o per porre un rimedio a un lavoro in legno degradato ovvero non riuscito molto bene. Bennicelli figlio, dunque, eredita il titolo e una ingente fortuna lasciatagli dal padre. Famose sono le sue dispute per i cavalli e per le situazioni in cui la sua arroganza la fa da padrone.
Per capirci meglio, il tragitto della strada parte dalla via Appia rettificata, in prossimità di largo dei Colli Albani e, quasi a formare un arco, termina immettendosi di nuovo su via Appia Nuova, nei pressi di via Arco di Travertino. Il fatto da tenere bene a mente è che questo percorso costeggia l’antica valle della Caffarella, oggi adibita per lo più a parco pubblico senza recinzioni, a beneficio del popolo romano. La valle della Caffarella, nondimeno, è sempre stato un luogo intorno al quale sono sorti molti racconti di fantasmi. Nel Sedicesimo secolo ferma era la credenza tra il volgo, più superstizioso che religioso, dell’esistenza di Spiriti in quella zona. Molti erano gli avventori serali che raccontavano la loro esperienza non gradita dei loro incontri con spettri nella valle.
Si trovava, dicevo, proprio sul percorso della via, un’osteria dove si fermavano i frequentatori con i loro carri e i loro cavalli per rinfrancarsi e per dissetarsi, magari tracannando un buon bicchiere di vino dei Castelli. I barrocciai ne approfittavano anche per far abbeverare i propri animali, ad una lunga e rustica vasca che costeggiava l’osteria. A volte, usciti dalla locanda, alcuni malcapitati non trovavano più né i loro barrocci né i cavalli. Nessuno riuscì mai a scoprire, nonostante impegnativi appostamenti, chi fossero gli autori di tali sparizioni e, perciò, si addossò la colpa agli Spiriti che, secondo la diceria popolare, infestavano la valle. La credenza nei racconti delle presenze ultraterrene sopravvisse fino alla seconda metà dell’Ottocento quando, per esorcizzare l’esistenza dei fantasmi, fu apposta un’immagine della Madonna a bassorilievo in una piccola nicchia, sulla parete di una palazzina che dava sulla via. A seguito di questa iniziativa, sembra che cessarono i presunti interventi degli Spiriti e l’osteria, per rilanciarne l’attività, fu chiamata dai proprietari dei Cessati spiriti, per l’appunto. Da questa locanda, anche la via prese definitivamente il nome. L’odonomastica romana, però, con la sua razionalità, così fa derivare il nome della via: “Dai malandrini e persone di malaffare che infestavano la zona”. Ancor oggi, nondimeno, molte sono le persone che credono nelle presenze ultraterrene tra via dei cessati spiriti e il parco della Caffarella. Nel 1989, però, l’immagine sacra della Vergine Maria fu presa a sassate e completamente deturpata.
All’epoca si pensò che l’atto vandalico perpetrato sul piccolo bassorilievo in cotto della madre di Gesù fosse opera di alcuni balordi. Sta di fatto che, qualche tempo dopo, alcune persone cominciarono a dichiarare, piuttosto terrorizzate, di aver visto al vespro, o col buio più intenso della sera, alcune diafane e perturbanti figure. Come vuoi o come non vuoi, gli è, per esempio, che più di una persona, equilibrata e attendibile, ha giurato e assicurato, in preda a spavento e tremori, di aver incontrato proprio il fantasma del Conte Tacchia. Il quadrante degli avvistamenti, nemmeno a dirlo, è quello compreso tra largo Pietro Tacchi Venturi, via Teodoro Momsen e l’antico tracciato di via Latina che tutt’oggi costeggia, in rettifilo libero, il parco della Caffarella. Eppure, nonostante il ripristino della piccola nicchia con l’effige della Madonna, nel nostro raziocinante presente sembra che le epifanie di spettri non siano del tutto terminate in quella località boschiva bellissima, ma anche perturbante.
Lasciatemi raccontare, dunque, a modo mio, con la mia immaginazione accreditata dalla mia esperienza più volte vissuta in prima persona alla quale ben pochi presteranno fede, ne sono certo, l’interpretazione di un accadimento che è impresso ben bene sia nella mia memoria di saggio e scettico anziano sia in quella di tutti gli abitanti del quadrante urbano della Caffarella. Va detto, per inciso, che io abito proprio a via dei cessati spiriti, accanto all’osteria. Ebbene, il caso riguarda il giovane Ennio che era figlio di una professoressa di matematica del liceo Russel di via Gela, molto conosciuta nel quartiere. La conoscevo di vista anche io.
Imperversava la torrida estate del 2003. Quel giorno, al calar del sole Ennio, scapolo solitario, introverso e cupo, aveva cenato sul terrazzo del suo bell’attico di via Latina che dava direttamente sulla valle della Caffarella, compresa ormai nel più ampio complesso della riserva naturale dell’Appia antica che giunge fino ai castelli romani. Quell’ultimo piano terrazzato fu parte dell’eredità del padre che, morendo, lasciò con un testamento olografo tutti i suoi beni alla madre con lo specifico intento di escludere Ennio. La vedova, un po’ per togliersi di torno quel figlio unico, chiuso, riservato e fannullone, ma al contempo irrispettoso e prepotente, un po’ anche per favorirlo nella sua indipendenza, gli concesse l’usufrutto dello splendido attico. Si sa come vanno certe cose nella vita. D’altronde il marito le aveva lasciato numerose proprietà, compresa un’intera palazzina in stile Liberty con affaccio sul piccolo parco di villa Fiorelli, nell’omonima piazza. Dal suo locale, con magnifica prospettiva sulla valle degli Spiriti, Ennio poteva vedere il restaurato Casino del Cardinale e l’antico rudere della Vaccareccia, in parte adibito ancora ad ospitare, con le sue pecore, un’azienda produttrice di formaggio pecorino. Lo sguardo giungeva ad intravvedere perfino la sagoma della torre Valca, residuo della fortificazione a protezione dell’antico dazio che lì sorgeva. Il fresco del ponentino lo sfiorava, senza interposizioni od ostacoli di sorta, come una rubata carezza amorosa, e stemperava il caldo afoso di quell’estate schiumante. Dall’alto dell’appartamento il suo sguardo nichilistico abbracciava quasi tutta l’enorme vallata. Non era raro che egli si affacciasse, appoggiandosi al muretto di quella lussuosa loggia, per scrutare le ombre e le luci che la flora, composta da lecci, acacie, allori, era in grado di regalargli. Nel buio della prima sera, il movimento delle fronde più alte offriva uno spettacolo suggestivo fatto di oscurità e chiazze vespertine che costituivano uno stimolo ipnotico per i suoi occhi freddi e glauchi.
D’improvviso, però, notò una tenue luce lattiginosa e delimitata provenire proprio dalla biforcazione del sentiero maggiore, oltre il ponte sul fiume Almone. Ciò gli risultò strano perché conosceva bene tutto il territorio del parco e non era al corrente di lampioni o luci di sorta impiantati proprio al bivio oltre l’affluente del Tevere. Prese il guinzaglio del suo rottweiler che gli manifestò tutta la sua gioia per aver capito che era l’ora della passeggiata serale e uscì col suo cane, e tanta curiosità, ad appoggiare vigorosi passi nel parco, in direzione di quella luce opalescente. Discese per il viottolo sterrato passando oltre il Casino del Cardinale, tolse il guinzaglio al suo cane fregandosene altamente delle delibere regionali e comunali e se ci fosse qualcuno nelle vicinanze. A passo sostenuto, elastico e costante, percorse tutto il lungo vialone di terra battuta che, girando a sinistra, portava dritto alla Vaccareccia.
Tra rincorse e saltelli intorno al suo padrone, Mork, il suo fedele molossoide, liberava le energie in esubero. Superato il ponticello sull’Almone camminò ancora per qualche metro e, al bivio, scrutando intorno, stranamente non notò alcun chiarore. A sinistra si va al ninfeo cosiddetto della ninfa Egeria che viene prima della Torre Valca. A destra si gira per il tempio del dio Redicolus, nome derivante dal verbo latino redire, cioè: ritornare. L’antica divinità era considerata protettrice del ritorno dei militari romani nella loro città. Quest’ultima diramazione porta fino all’Appia antica e termina proprio in prossimità del Quo vadis Domine. Ennio, piantato a gambe larghe proprio nel mezzo della biforcazione dei sentieri, girò la testa all’indietro per chiamare il suo rottweiler e lo trovò stranamente immobile, come se puntasse qualcosa davanti a sé. Il giovane uomo, allora, ruotò nuovamente in avanti il capo per guardare cosa ci fosse di tanto strano da far bloccare quasi intontito il suo muscoloso animale. Ebbe un sussulto di puro spavento e la pelle gli si orripilò. Proprio davanti a sé, proveniente dalla diramazione destra, vide avvicinarsi la figura, diafana e soffusamente illuminata, di una bellissima, giovane donna. Poteva avere su per giù la sua stessa età. Sembrava una eccentrica straniera. Vestiva alla romana come le donne del secondo secolo dopo Cristo. L’acconciatura dei capelli era molto elaborata, con trecce acciambellate sul capo e boccoli ben pettinati e inanellati sulla fronte. La sua veste, con il giro vita sotto il seno, era leggera e ariosa. Gli ipnotici occhi neri, soffici come velluto, esprimevano una leggiadra profondità. Ennio pose alcuni passi indietro, allarmato e la sua solita insolenza vacillò. La romana gli si fece incontro con la sua luce iridescente che la permeava tutta.
«Buona sera.» Gli si rivolse tenue in un buon italiano.
«Parli la mia lingua?» Le accennò Ennio ancora stupefatto e pervaso da un certo timore che non voleva confessare a se stesso.
«Sì, certo. Sono secoli che la ascolto in questo parco.»
Il giovane sfaccendato la osservò meglio protervo e notò che aveva un rigonfiamento all’addome. Pensò che fosse in stato interessante.
«Che vuoi dire con sono secoli che ascolti parlare italiano in questo parco? Chi sei?»
«Mi chiamo Annia.»
«C’hai detto? Anna?»
«No, Annia…Annia Regilla.»
«Porca mignotta!»
Un lampo baluginò nella sua cinica mente. Ma sì, certo. Ennio era appassionato di storia romana. La svolta a destra portava al tempio del dio Redicolus che, in origine, altro non era se non la tomba di Annia Regilla, giovanissima moglie del greco Erode Attico. Erode fu console nel 143 d.C. precettore dei due imperatori Lucio Vero e Marco Aurelio che governarono Roma in contemporanea e senza screzi di sorta nella gestione del potere. Un ateniese ricco per fortunosa eredità e che diventò ancor più ricco sposando Regilla. Mork si sdraiò docile a terra continuando a puntare la figura di Annia, catturato dalla presenza di quella rivelazione. Ennio, angosciato, si sentiva le membra di gelatina e, nonostante volesse indietreggiare e fuggire, non riusciva a muovere un muscolo.
«Ti chiami Ennio, vero?» Continuò la romana con voce calma, ma ferma e decisa.
«Come fai a conoscer il mio nome?»
Ennio era pervaso da brividi di paura. Sapeva che tutta la situazione era irreale. Non si sentiva bene. Avvertiva di avere un’allucinazione. Percepiva di essere stordito. A stento riusciva a sostenere lo sguardo di Annia.
«Mi accorgo che sei sconvolto. È sempre così quando appaio a voi vivi, quasi tutti svengono per l’emozione, tu no. Complimenti, devi essere un uomo di carattere. Io, invece, sono uno spirito sventurato e infelice e da molti secoli ormai. Con le mie ripetute suppliche, tuttavia, ho ottenuto da Plutone, dio degli inferi e dell’imparzialità, di vagare in questa valle ogni volta che un tipo di particolare di giustizia deve essere compiuta. Appaio solo col primo chiaro di luna e stasera è plenilunio, caro Ennio.»
Lo sguardo serio di Annia si fece ancora più fisso e penetrante. Ennio, restava fermo come in coma stuporoso. Riusciva soltanto ad osservare Mork che restava immobile accucciato, puntando lo spettro. Stava sognando? Stava avendo un’allucinazione? Troppo vino bianco frascatano? Il crack che, oltre a spacciarlo, usava sempre fumarsi dopo cena per stordirsi e non pensare?
«Ti ho chiamato io. Mi sono illuminata per te. Sapevo che mi avresti notata. Ho voluto fermamente che tu mi raggiungessi.»
Ennio avrebbe voluto reagire. Era alto e muscoloso. Se fosse stata reale avrebbe saputo bene lui come regolare la situazione con quella donna. In queste cose era un esperto. Non riusciva a muovere nessuna fibra del suo corpo, però.
«So bene che intenzioni hai in questo momento, ma non puoi agire come tuo solito, non contro la mia immagine. Sai Ennio, sono andata in sposa a Erode che ero dodicenne per ragioni di convenienza. Lui aveva venticinque anni più di me, avrebbe potuto essere mio padre, sì di sicuro avrebbe potuto esserlo. Quel greco sciagurato, con la mia dote, aumentò di molto la sua già notevole ricchezza. Discendo da una delle famiglie più nobili e antiche di Roma: i Regoli. Un mio avo era proprio Attilio Regolo che, per onore e fermezza, preferì essere ucciso dai Cartaginesi, chiuso in una botte chiodata, piuttosto che mancare alla parola data. Un supplizio atroce, conseguente alla irremovibilità dovuta alla sua educazione costituita dal rispetto di valori supremi. Lo avrai sicuramente studiato a scuola. Io sono cresciuta con le stesse virtù, caro Ennio.»
L’incantevole volto di Annia, rischiarato dalla luna, si mosse in un seduttivo sorriso che aveva, però, un che di malefico. La diafana figura continuò a raccontare.
«Sai, Erode era una persona colta e intelligente, ma era violento e spesso soffriva di accessi d’ira. Avevo trentacinque anni, ancora tanto ingenua e sprovveduta, quando, durante una accesa discussione, mi sferrò dei calci al ventre. Ero in cinta all’ottavo mese. Non sopportava che gli tenessi testa, e con intelligenza, su alcuni suoi principii. In fondo la mia ricchezza era superiore alla sua e la mia cultura non era certo inferiore. Ciò mi incoraggiava a non sottostare troppo alla sua prepotenza. Guarda lì a sinistra, verso la Regina Viarum. La mia famiglia proprio da queste parti possedeva una sontuosa villa e le terre in mio possesso, che gli portavo in dote, andavano dal secondo al terzo miglio dell’Appia antica. Tenute che comprendevano anche tutta la valle dove ora noi stiamo parlando. Dopo la mia morte, Soltanto mio fratello Bradua, che lo conosceva bene, a buona ragione lo accusò di uxoricidio. Un delitto gravissimo anche per i magistrati dei miei tempi.»
Ennio cominciò ad impallidire, colpito dalla narrazione di Annia che non conosceva così bene nei particolari. Si sentiva a disagio e una rabbia cieca gli saliva dentro, ma non poteva muoversi.
«Erode, ipocrita più che mai, si mostrò in pubblico affranto e piangente per la mia morte che fece passare a causa di un parto prematuro. Ma non era e non è la verità. No, proprio non è la verità! Solo Bradua, sicuro dell’atto scellerato di Erode, lo incalzava e gli dava dell’assassino. Il mio crudele consorte, però, bandì lussuosi e grandiosi funerali. Li organizzò con esasperata attenzione dimodoché durassero giorni e giorni. Comandò perentoriamente la costruzione del mio importante mausoleo che si vede ancora oggi a pochi passi a destra di questa biforcazione. Sì, poi è stata trasformata nel tempio del dio Redicolus e successivamente, in età cristiana, in chiesa, ma quella costruzione che oggi puoi vedere così trasformata, esattamente come è accaduto al mausoleo di Adriano che oggi i Romani chiamano Castel Sant’Angelo, era la mia tomba. L’interpretazione, falsa e dissimulatrice, del lutto da parte del mio coniuge omicida riuscì a condizionare la decisione dei magistrati che lo assolsero per insufficienza di prove.»
Ennio, capita ormai l’antifona, cominciava a sudare freddo. Tutto ciò non poteva essere vero, reale. Stava sicuramente sognando. Era certamente in preda ad una allucinazione dovuta all’alcool e al crack. Si ripeteva, ossessivamente, di averlo assunto in maniera esagerata quella sera il maledetto stupefacente.
«Dove vuoi arrivare, immonda visione!?» Le urlò con quanto fiato possedeva in gola. Ennio aveva perso la pazienza ormai. La sua indole brutale si stava manifestando e, come un prigioniero in catene, frustrato e impotente, tentava di dimenarsi, ma non riusciva a muoversi.
«Te l’ho detto. A seguito delle mie instancabili suppliche al dio Plutone sono riuscita a ricevere questo incarico. Nelle notti di plenilunio ho la facoltà di manifestarmi in tutta questa valle, che un tempo era una componente dei miei possedimenti, e ho il diritto di giudizio e condanna in particolare sui femminicidi che mi capitano a tiro. Tu lo sai bene per quale motivo mi stai vedendo ora. A me non puoi mentire. Ennio, tu sei un assassino seriale. Ti sei macchiato di ben tre omicidi di giovani prostitute d’alto bordo, sebbene la giustizia terrena non sia mai riuscita ad addossarteli e a condannarti. Hai premeditato tutti i tuoi crimini con calcolo e meticolosità ossessivi perché sei un vero e proprio mostro. Sei una persona psicologicamente tarata e sai bene di essere un impotente, che è la vera causa della rabbia che covi nei confronti del femminile giovane e sessualmente attraente. Io, Annia Regilla, uccisa atrocemente da un uomo falso e violento come te, ti condanno a morire di una morte altrettanto atroce.» Le parole della nobildonna romana tuonarono come in una notte di tempesta.
«Sei uno spirito, una entità onirica, probabile frutto di un mio delirio dovuto all’alcool e al crack. Per quanto tu lo voglia, non puoi toccarmi. Tu non esisti.»
Ennio le biascicò contro, digrignando i denti col volto contratto. Lo sguardo di Annia Regilla, allora, si chinò a fissare Mork che era accucciato a poca distanza. Il fidato rottweiler si alzò di scatto e, con un balzo ferino, assaltò il femminicida. Fu una fine orribile, sbranato dal suo steso cane. Annia si allontanò placida e composta, svanendo nelle tenebre di quella grande riserva verde, come una lucciola che si affievolisce nel buio della notte. L’indomani, tutti i mass media di quell’anno, trattarono la notizia: “Un uomo di trentacinque anni è stato sbranato dal suo molossoide nel parco della Caffarella.” Oggi, nel 2026, oltre vent’anni dopo, dimenticato ampiamente l’evento, di tanto in tanto, qualcuno attendibile e spaventato, giura e afferma di aver visto, al primo vespro in Caffarella, la figura di un uomo lacerato e sanguinante che si aggirava urlando nel parco, con uno sguardo “spiritato” e atterrito, inseguito da un cane di grossa taglia. Più volte fu avvertita anche la Polizia. Anche io, scettico e diffidente, alla mia tarda età, non posso trattenermi dal confessare di aver ripetutamente visto, durante le mie passeggiate in quel parco incantato, mentre si spargeva il crepuscolo delle serate di plenilunio, il fantasma di una giovane donna, vestita alla romana della mezza età imperiale, incedere con passo elegante e aggraziato. Una volta mi salutò accennando uno splendido e pacato sorriso.
Il muro e la porta
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