Distrazioni d’amore

Franco le prese la mano e l’accarezzò con tenerezza. Lei si girò a guardarlo abbozzando un sorriso che la faceva assomigliare ad una mucca dei disegni di Walt Disney. Il vagone della metro nel quale si erano infilati continuava la sua corsa rumorosa e ondeggiante.

La sensazione di Franco era che i volti spenti ed inespressivi degli altri passeggeri in qualche modo lo scrutassero. Non che riuscisse a dimostrarlo, perché ogni qualvolta si girava intorno per vedere se fosse vero, li trovava tutti assorti in altre attività: chi a parlar tra loro, chi a leggere, chi a fissare il vuoto fantasticando.

Si sentiva osservato. La recente conquista amorosa, evidentemente, lo poneva al centro della sua attenzione e credeva che tutti gli dovessero il tributo che si suole dare all’audace vincitore, a colui che era riuscito, in una sola serata, a rapire il cuore di “Dulcinea”.

In realtà, Giulia non aveva l’aspetto di una Dulcinea del Toboso. Si presentava bassa, un po’ formosetta, carina ma non bella, capelli biondo tinto, trentott’anni, vestita in modo piuttosto borghese. Indossava, però, un bel pullover di cachemire scollato a vu, morbido e sensuale. Il suo seno era pronunciato e rotondo e, di tanto in tanto, lasciava intravedere la sua radice, proprio dove la vu del maglione aveva il suo vertice.

Le era piaciuta quella serata al dancing; non era una patita di questi locali, ma aveva fatto bene ad andarci. Aveva ceduto alle insistenze degli amici ed in cuor suo era contenta. Le piaceva quello spilungone un po’ dinoccolato, ma simpatico.

A trentotto anni suonati non era ancora riuscita a “quagliare nulla”, come le ripeteva spesso sua madre. Con alle spalle un paio di fallimenti amorosi, cominciava a sentire dentro di sé una sorta d’affanno. “L’ansia della sistemazione”, l’aveva definita lei.

A proposito di disillusioni d’amore, pensava Giulia, è come svegliarsi da un sogno. Un giorno ci pensi e ti accorgi di avere parlato a lungo ad un’immagine da te stessa creata, mentre la persona reale è tutt’altra, ed inferiore, troppo per qualsiasi ipotesi di “serena convivenza”. Il “dono” che, in prima battuta ne deriva, è la consapevolezza di essere sola, nel mondo intero, sola. Rispetto a se stessa, sola. La sua mente vagava inseguendo questi pensieri.
Poi, col tempo e la distanza, arriva un secondo “dono”, quello relativo alla consapevolezza che mai e poi mai alcun’altra relazione potrà
rinchiuderti in un qualsivoglia rapporto. È qui il rischio più grave. “Dulcinea” cercava di concentrare l’attenzione sulle dolorose esperienze passate per trarne un qualche utile insegnamento. Il pericolo più serio è quello di compiere il più bieco dei tradimenti: quello verso ciò che profondamente si è, si ripeteva.


Invece, quella sera constatava la meraviglia di Amore. Questo Dio incurante e implacabile svelava uno dei suoi molteplici aspetti: l’incoerenza, parte in ombra e costitutiva della sua fondamentale contraddizione. Eros riesce sempre a donarti l’esperienza sublime dell’oblio e l’energia vitale dell’andare oltre.
Siffatto terzo ed incommensurabile “dono” consiste nella forza che ti giunge dal pozzo profondo, per lo più sconosciuto, che sei tu. Un regalo che ti mette in condizione di non compiere un altro gravissimo tradimento, quello rivolto alla persona reale. Il più delle volte un essere in cerca di un sincero abbraccio che, come te, se non più di te, ha condiviso e condivide, si è illuso e continua ad illudersi, ha arrancato, e tuttora annaspa, tra le pieghe pesanti della difficoltà del vivere.

Quella sera Giulia si sentiva preparata e leggera, percepiva Franco come la persona giusta capitata al momento giusto. Nulla l’avrebbe distolta dal coltivare ben benino quella nuova “amicizia”.

Mancavano poche fermate e Franco pensava a cosa dire per proporle, con eleganza e precisione, un nuovo appuntamento. Anche a lui, solo ed ormai quarantacinquenne, quell’incontro sembrava un fatto molto bello ed inaspettato. I suoi studi d’ingegneria elettronica ed il recente impiego alla Alenia spazio, gli avevano lasciato veramente poco tempo per le relazioni interpersonali. Si accorgeva solo adesso, quasi con sgomento, di quanto fossero stati scarsi i suoi “contatti umani”. L’unico flirt importante che ricordava era quello avuto un’estate di cinque anni prima con una bella fanciulla di Parma, al mare in Versilia. La cosa che gli era rimasta più impressa di quel incontro era proprio la discussione che precorse la crisi e la rottura della liason: gli abitanti di Parma si chiamavano Parmensi o Parmigiani? Comunque, lui continuava a sostenere, in cuor suo, che si chiamassero Parmigiani e non sapeva proprio cosa farci se alla bella fanciulla l’idea di sentirsi accomunata ad un piatto tipico a base di melanzane, oppure ad una forma rotonda di formaggio stagionato, non andasse giù.

“Allora, ci risentiamo?”. L’eco della sua stessa voce nelle orecchie lo indusse ad uscire dai suoi pensieri.

“Sì, telefonami in ufficio…questo è il numero.”. Giulia scrisse come poté un numero su un biglietto di fortuna.

“Quando?”.

“Domani.”.

“A che ora?”.

“Mah, diciamo intorno alle dieci.”  “Dulcinea” abbozzò il suo sorriso disneyano.

“Temo proprio che non potrò per quell’ora lì, in Alenia per me è il periodo di punta. Sono stato assunto di recente, capisci?”.

“Capisco. Ascolta!” lei si affrettò a spiegare, la fermata si avvicinava. “Non fa nulla se non mi chiami proprio alle dieci, ma allora è probabile che ti risponda Delia, un’amica che lavora con me. Tu le dici che hai bisogno di comunicarmi una cosa urgente e lei viene a chiamarmi. Probabilmente sarò in sala riunioni con i miei capi, domani si discuterà il bilancio, ma credo che non faranno molto caso se mi assenterò per qualche minuto.”.

“Sì, mi sembra una buona soluzione. Allora ti chiamo domani appena posso”. Ribadì Franco, puntualizzando da vero ingegnere.

“D’accordo. Mi sono divertita e sono stata bene con te stasera, sai?”.

Intanto la metro, raschiando e stridendo, aveva raggiunto la sua fermata ed aveva schiuso le porte automatiche.

“Allora, intesi?”.

“Intesi, intesi.”. Ripeté lui recitando Bogart.

“Ciao amore.”. Azzardò “Dulcinea” violentandosi ed arrossendo un po’ sulle gote.

“Ci vediamo.”. Franco rispose impacciato perché si sentì preso alla sprovvista e continuò a darsi un contegno bogartiano.

Mentre la metro vomitava dalle porte gli ultimi passeggeri di quella fermata, però, egli ebbe una strana espressione in volto. Aggrottò le sopracciglia, portò una mano alla fronte e la passò tra i capelli. La sua sicurezza vacillò. In un attimo Bogart era stato proiettato milioni d’anni luce distante. Avrebbe voluto morire piuttosto che formularle quella domanda. Lei, nel frattempo, era scesa e stava di fronte alla porta automatica del vagone ancora aperta, galleggiava in una folla di persone che spingevano, cercando ognuno la propria direzione. Lo guardava fissa, lì impalata, con la pochette stretta al seno ed il viso puntato verso lui. Stettero così a guardarsi per alcuni istanti. Poi, lei ruppe gli indugi e, con rapidità:

“Si può sapere che ti prende?”.

“Non mi ricordo…”.

“Non ti ricordi cosa?”.

“Anzi, proprio non conosco…Il tuo nome!”.

“Cosa?”. Strascicò Giulia impallidendo.

In quel mentre, la porta si richiuse con il solito fragore e il treno, lentamente, s’accinse a riprendere la marcia.

“Il tuo nomeee!”. Urlò Franco con le mani agli angoli della bocca appoggiate sul vetro della porta nel tentativo di farsi udire ed incurante degli altri passeggeri che, questa volta sì, lo stavano osservando lanciandogli sorrisi divertiti ed un po’ meravigliati.

“Dulcinea” era rimasta lì, attonita, con un’espressione interrogativa ed ebete, come una mucca dei cartoni di Disney, quasi a non voler capire. La sua figura diventava sempre più piccola tra la folla. Le luci della fermata scorrevano davanti agli occhi di “Bogart” come la pellicola di un film degli anni Quaranta. Lui continuò a fissarla tra i chiarori liquidi del neon e le chiazze d’ombra della banchina, finché non la perse di vista.