Amelia

Amelia uscì di casa molto presto quella mattina del primo di giugno. Roma era bellissima e la giornata serena con un cielo d’un azzurro arrogante. L’aria pungente del primo mattino le metteva allegria e voglia di camminare. Non abitava distante dalla scuola dove insegnava lingua inglese. La Leopoldo Franchetti era nel rione di San Saba, uno dei luoghi della capitale carichi di storia che conservava ancora una dimensione umana. La sua semplice urbanistica non disdegnava d’ospitare alcune costruzioni da manuale di storia dell’arte. Da casa, posta alla fine di viale Aventino, raggiungere l’edificio scolastico era proprio una passeggiata. Ancora non vedeva nessuno in giro ma, data la buon’ora, le tornava perfettamente normale. Le persone, in genere sono pigre e preferiscono differire il momento dell’uscita. A passo sostenuto percorse il viale, poi, al semaforo, appena oltrepassata piazza Albania con il bel monumento equestre dedicato a Scanderberg, girò a destra e intraprese la salita di San Saba. Qualche pulsazione in più del suo cuore le ricordò che quella via era impegnativa anche per una trentenne come lei e che richiedeva l’unico vero sforzo dell’intera camminata.

Arrivata a piazza Gian Lorenzo Bernini, puntò decisa verso l’ingresso principale dell’edificio, ma lo trovò serrato. Ho fatto troppo presto – pensò – Claudio, il bidello che aveva le chiavi, sarebbe arrivato per le 7,30.

Allora, tornò indietro di qualche decina di metri e andò a sedersi su una panchina del giardinetto della piazzetta dedicata al grande scultore. Si sedette all’ombra dei pini ad ombrello e dei cedri del libano e tirò fuori dalla borsa il quotidiano acquistato all’edicola di porta San Paolo, per leggere con gusto ed attenzione le notizie. C’era un profondo silenzio e ciò le faceva molto piacere, l’avrebbe facilitata nella lettura.

Fu soltanto dopo alcuni minuti di assoluto estraniamento che notò l’unico avventore del giardino seduto proprio sulla panchina a fianco. Prima non ci aveva fatto caso o proprio non c’era. Doveva essere arrivato dopo che s’era tuffata nelle notizie del giornale. Ebbe la sensazione che fosse comparso come per incanto. Ogni tanto gli lanciava delle occhiate e osservò che era bello. Poteva avere su per giù la sua età. La pelle lattea e il portamento calmo lo faceva apparire decisamente uno straniero, sicuramente del nord. No, non poteva essere romano.

Portava le basette lunghe, i capelli ondulati e rossicci, pettinati all’indietro, lasciavano scoperta la bella e larga fronte. Era vestito in modo alquanto non convenzionale, con pantaloni chiari attillati e una camicia larga di cotone con ampie maniche a sbuffo. Le scarpe a stivaletto, come le portavano i Beatles negli anni Sessanta, erano certamente fuori stagione. Pensò che dovesse essere un turista forestiero. Di sicuro un inglese, ma nemmeno troppo spaesato. D’un tratto le rivolse la parola:

     –   Buon jiiornei. –

  • Oh, santa pace – pensò subito Amelia. Era davvero un inglese.
  • Anche lei mattinierea, vedeo. – Il giovane parlava con un marcato accento anglosassone.

Amelia, notoriamente timida, si sorprese della calma che la pervadeva in quel momento. Rispose con affabilità.

  • Sì, certo, anche io sono un’allodola*. Esco sempre presto la mattina, soprattutto con la bella stagione.
  • Amazing. Un’allodola! – Ribattè lo straniero quasi ridendo.
  • Lei è un turista? –
  • Well, non proprio direi – rispose il bel giovane.
  • Ho abitato a Trinità dei monti. Ora è qualche tempo che sono a via Caio Cestio. –

Il suo accento era proprio britannico, non c’era dubbio per un’insegnante di lingua inglese come lei. Cominciò a scrutarlo con tanto interesse. Quasi con sospetto.

  • Io mi chiamo Amelia e lei? –
  • Io Percy. –
  • Ma dai, proprio come il grande poeta di Horsham! – Esclamò Amelia.
  • In effetti Io… – Amelia non gli lasciò il tempo di terminare la frase.
  • Ma lo sa che io insegno inglese ai bambini delle elementari?
  • Oh, davvero?! What a coincidence! Dopo qualche istante riprese a parlare. – Amelia è il nome di una mia grande amica pittrice e anche amica della mia seconda moglie Mary. Amelia è Irish, come si dice in italiano? Irlandese? –
  • Sì certo: Irlandese. – s’affrettò a precisare Amelia. –
  • Lei è così giovane e già è alla seconda moglie? – continuò con un sorrisetto malizioso.
  • Oh. Golly! Yes, certamente ne ho combinate un po’ delle mie, non c’è che dire, but you know, il mio cuore vaga. – Percy le restituì un sorriso a dir poco smagliante. Amelia lo copiò subito dopo. Quel giovane uomo era davvero intrigante, si sorprese a pensare.
  • Allora, le piace Roma? –
  • Oh, yes, Rome is wonderful! Trovo che sia una città piena di bellezza e di vera arte.
  • Quindi, ci vive da un po’. – puntualizzò Amelia.
  • Da un po’. – Sospirò il bell’inglese.
  • Scusi se mi permetto, tiro ad indovinare, visto che non dista molto da qui, lei lavora alla FAO? –
  • Oh, by Jove, no. Cosa è FAO? – Percy aggrottò le sopracciglia in un’espressione interrogativa, ma al contempo allegra.
  • È l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. –
  • What? Cosa? – ribadì ancora Percy. –
  • Mi scusi, non fa nulla. Vedo che lei è davvero estraneo a certe cose. –
  • Amelia, io scrivo: poesie. –
  • Gesù, Giuseppe e Maria! – Ora che lo osservava bene, Amelia passò rapidamente da uno stato allegro e d’interesse ad un sentimento di paura profonda. – Ma lei… lei… lei è… –
  • Proprio così – le se rivolse lui… – Io sono Percy Bysshe Shelley. –
  • Oddiooo, non si avvicini, la prego! – Amelia si sentiva accapponare la pelle e il cuore battere all’impazzata fuori controllo. Provò ad afferrare la borsa insieme col giornale e tentò di alzarsi dalla panchina, ma era come se le forze le fossero venute meno. La realtà tutt’intorno da immanente iniziò a comporsi. Come se il cielo, gli alberi, i palazzi e le case cominciassero a rianimarsi col loro tipico rumore di vita.

Percy, sempre più diafano stava diventando trasparente, si alzò e posò qualche passo verso l’uscita dal bel giardinetto.

  • Farwell. Addio. Il mio cuore vaga e, comunque, non è qui. Devo andare. -Percy le rivolse un ulteriore sorriso, leggermente più melanconico. – Will you take care of you Amelia? Avari cura di te Amelia? –
  • Amelia… Amelia … Amelia … –
  • Ecco s’è ripresa, riponete al suo posto questo defibrillatore! Sollecitate l’ambulanza al 118! –
  • Amelia… – la voce del medico scolastico, in prima visita alla Franchetti quella mattina, le entrò nitida nelle orecchie.
  • Amelia, mi sente? –

L’insegnante ebbe appena la forza di espirare un sì.

  • Ecco l’ambulanza, presto mettetela sulla barella e di corsa al San Camillo, reparto cardiologia. Ha avuto una notevole serie di fibrillazioni ed è svenuta. Via, via! –
  • Dottore. – querulò la preside. – Si salverà?
  • Credo proprio di sì. Però, strano, quando è rinvenuta mi ha chiamato Percy e io mi chiamo Attilio. –
  • È il nome di un poeta romantico inglese. – precisò la dirigente scolastica. –
  • Ah, bene. Mi ha ripetuto varie volte: “Mi scusi, ma devo andare a scuola.” –  – Io sppongo intendesse dire che voleva restare con noi. – Quasi sussurrò la direttrice.
  •  

L’ambulanza partì sollecita con il suo tipico suono ad intermittenza. Imboccò la discesa di via di San Saba e bruciò il semaforo rosso all’incrocio con viale Aventino. Puntò dritta verso Testaccio e, attraversato il Tevere, in pochi muniti giunse all’Ospedale San Camillo.

* “A un’allodola” è una delle poesie più famose del grande poeta romantico inglese.

** Percy Bysshe Shelley, uno dei massimi poeti romantici inglesi, morì annegato   naufragando al largo di Viareggio con la sua goletta “Ariel”. Aveva poco meno di trent’anni. Percy, il suo amico Edward E. Williams e il marinaio Charles Vivian furono ritrovati sul litorale di Viareggio il 18 luglio 1822. I corpi vennero cremati sulla spiaggia come imponeva la legge dell’epoca. Il cuore di Percy, che non bruciava, fu asportato dal corpo dal suo amico Edward Trelawny e consegnato in una scatola di legno alla seconda moglie Mary Godwin Wollstonecraft (l’autrice di Frankenstein) che lo conservò fino alla sua morte. Il cuore fu sepolto insieme con lei e con i genitori di lei, la madre Mary Wollstonecraft e il padre William Godwin, nel cimitero della chiesa di Saint Peter a Bournemouth, per volere della figlia Percy Florence Shelley. Le ceneri del poeta furono portate e deposte a Roma nella tomba a lui dedicata del cimitero acattolico di via Caio Cestio, dove sono tutt’oggi.