Il caso Caravaggio

…Quando un fatto interiore non viene
reso   cosciente,  si   produce  fuori
come destino.
(C.G.Jung, Aion, vol.9 bis, Opera Omnia,
Boringhieri, Torino).

Di Michelangelo Merisi  è stato scritto molto sia dal punto di vista storico  sia da quello strettamente artistico. È innegabile  e  ormai universalmente  riconosciuto  che il suo modo d’intendere la pittura abbia impresso una svolta decisiva nell’ambito della storia dell’arte moderna caratterizzandone, inequivocabilmente, dal  suo  avvento   in   poi, la  tendenza  d’intendere  l’arte  stessa.  Nasce, difatti,  con lui, un movimento artistico-pittorico,  il  cosiddetto caravaggismo,  che  influenzerà tutto il secolo XVII ed  oltre  e  che arriverà, nella  sua  immutata  freschezza innovativa, a  condizionare  anche  gran  parte dell’arte figurativa contemporanea.

Mi risulta, invece, che in Italia si sia sporadicamente tentato di dare del Merisi un’interpretazione  in  chiave psicoanalitica, sia della sua vita sia della sua produzione artistica (il critico d’arte Maurizio Calvesi ne dà la propria versione cattolica). La vita di questo indiscusso genio creativo é stata molto condizionata da eventi spesso drammatici.  La tesi  che  propongo è quella di conferire alle vicende  personali  del Caravaggio  un valore di predestinazione psicologica che  nasce,  come quella  di ognuno di noi, dalle primissime esperienze infantili. Tali esperienze finiscono inevitabilmente col far confluire, nel solco da esse scavato, l’esistenza stessa se non interviene nessun altro evento (ad esempio un socius positivamente influenzante o la presa di coscienza di determinati processi psichici profondi) a modificarla. L’ambiente sociale nel quale Michelangelo si muove, specialmente nell’età dei suoi vent’anni a Roma, non sembra essere stato dei migliori ed anche la possibilità circa la sua presa di coscienza degli eventi psichici profondi non deve aver avuto grandi opportunità.

Definirei Michelangelo Merisi un uomo in fuga. Una psiche nella quale si verifica uno scontro tra Es e SuperIo, tra pulsione e regola morale, scontro che si pone come base per la genesi del suo destino. Se analizziamo  un po’ più da vicino la sua biografia, scopriamo che nel 1577  il  piccolo Michelangelo, ad appena sei anni, si trasferisce insieme con la  famiglia da  Milano,  sua  città natale *, a  Caravaggio,  piccolo  paesino  del bergamasco da dove provenivano,  per  sfuggire  agli ultimi colpi della  pestilenza   che   l’anno prima aveva  imperversato nella città di S. Carlo Borromeo.

Qui incontra, per la prima volta, la morte che gli passa assai vicino portandogli  via  il  padre Fermo ed il nonno paterno Bernardino, morti proprio a causa del morbo nero dal quale tentavano di fuggire. La perdita del padre nell’economia psichica di  un bimbo di sei anni é un fatto di rilevanza straordinaria. Noi  sappiamo che  tutta  la prima fase della vita é  strettamente  relazionata  alla figura  della madre. Il bambino nasce e, dal momento della sua  venuta al  mondo, si produce in uno sforzo di separazione dalla propria genitrice che é  sia  fisico sia psicologico. Il complesso edipico** (di tipo positivo: amore per la madre e desiderio di morte per il genitore dello stesso sesso) si risolve, secondo la psicoanalisi più ortodossa, quando l’attaccamento alla madre si affievolisce e  il bimbo non vive più  come  competitrice e persecutoria la  figura del padre nella rincorsa verso l’affetto materno. In genere l’età  infantile  che  vede l’attuarsi di tale processo è proprio quella intorno al terzo-quinto anno.

È proprio in questo momento così delicato che Michelangelo vede sparire la figura paterna. In psicoanalisi si sostiene che il desiderio inconscio di  voler distruggere il competitore-padre, quando  trova accidentalmente attuazione, provoca l’elevazione di un senso di  colpa che svilupperà in maniera macroscopica l’istanza della  strutturazione psichica cosiddetta del SuperIo. L’entità morale, allora, troverà in questo caso un suo naturale trofismo ed attingerà la sua energia direttamente dalle parti più profonde e rimosse. Il senso di colpa porta inevitabilmente alla elevazione  dell’ansia  dalla quale l’Io, per  usufruire  di  un qualche  sollievo, si deve  difendere.

Il  rituale  nevrotico  è  il meccanismo psichico difensivo per eccellenza che tenta di salvaguardare l’Io e ci permette di mantenere un contatto accettabile con la realtà. Caravaggio non  fa eccezione  a  questa  regola. Lo si evince  interpretando  in  termini ritualistico-nevrotici il suo tumultuoso vivere ed il suo  produrre affannoso  ed “ossessivo”. Ripeto, non sono un esperto d’arte,  ma  la mia sensibilità analitica mi porta ad interpretare in questa chiave di lettura la sua aggressività, la sua ribellione al buon ordine e al quieto vivere, la sua suscettibilità, la sua esasperata precisione, il suo realismo soggettuale.  Lo si comprende anche dalla  rivoluzione che egli attua nel tradurre sulla tela la luce, con  i suoi  chiari ed i suoi scuri  “ingagliarditi”, per  usare  un  termine adoperato  dal pittore Giovanni Baglione, acerrimo nemico divenuto in seguito  uno dei suoi principali biografi.

È indubbio che Michelangelo non abbia avuto un buon carattere. Giovanni Pietro Bellori, che insieme con il medico senese Giulio Mancini ed il pittore Giovanni Baglione è uno dei primi biografi dell’artista, ci informa di un fatto piuttosto grave. Alla fine del suo apprendistato milanese, svoltosi presso la bottega di Simone Peterzano, pittore bergamasco d’influenza tizianesca, Michelangelo dovette fuggire a Venezia per alcune “discordie” e alcuni “disordini” provocati poiché “essendo egli d’ingegno torbido e contenzioso”. Una persona rissosa, insomma: un caratteraccio. Ancora il Bellori, con una nota agli scritti di Giovanni Baglione,  ci tramanda: “per haver occiso un suo compagno fuggì dal paese (…) e ricoverò in Roma”. Anche il Mancini accenna a questo omicidio che sarebbe costato all’artista un anno di galera. A quasi ventuno anni, dunque, pare che Michelangelo giunga nella capitale pontificia già con un assassinio a pesargli sulla coscienza. Documenti certi circa questo evento, però, non ci sono.

È certo, invece, che, nel periodo romano, fu letteralmente salvato dal marchese Vincenzo Giustiniani da vari e gravissimi problemi legali nei quali Michelangelo si era andato a cacciare a causa della sua indole insofferente ed aggressiva.

Il marchese era un ricco banchiere genovese inserito nella corte pontificia; forte di numerose ed estese influenze, protesse Caravaggio per molti anni. Fu uno dei suoi maggiori committenti, collezionò molte delle sue opere e contribuì in modo determinante alla formazione culturale del pittore.

La  morte del padre, dunque, lo lascia solo, a sei anni, a  fronteggiare il suo senso di colpa e l’amore per la vita in epoca controriformista.

Non è difficile spiegare le sue scelte oratoriane  e borromaiche facendo riferimento al senso di colpa. L’esempio di due suoi parenti, il fratello Giovan Battista e lo zio Ludovico Merisi, che scelsero la tonaca, ci  fa comprendere  quanto  sia stato presente, nei  fatti,  questa  “oscura” tendenza anche a livello di tutta la dinamica  familiare.  Per fronteggiare   il   suo  conflitto,  Caravaggio  da un lato si trincera dietro un’immagine superegoica di un modello morale idealizzato, dall’altro cede ad un Eros sregolato dal quale sugge linfa vitale per riuscire a creare e, quindi, a vivere.

Io sostengo che non sia un caso che egli sviluppi i suoi  maggiori incarichi  lavorativi con gli oratoriani, una congregazione  religiosa che  si  rifà  ad  un intendimento  del  cristianesimo  che  noi  oggi chiameremmo  protocristiano o  neocatecumenale. Non sarà stato sicuramente per caso che un mercante d’arte, il francese Monsù Valentini, con la bottega presso San Luigi dei Francesi, lo abbia con ogni probabilità segnalato al primo estimatore e protettore importante: il cardinale Francesco del Monte. La sua pittura era già carica di quel verismo e quella precisione senza trasfigurazioni che tanto ha voluto dire a proposito della sua fortuna. Una ricerca della verità interiore che attraverso i suoi pennelli confluisce all’esterno e prende forma sulla tela, a volte anche in maniera troppo esasperata. Ciò gli procurerà, paradossalmente, dei rifiuti proprio da parte degli stessi committenti “amici”.

Non sono d’accordo sull’immagine da  pittore maledetto che la  critica  ha  teso  ad attribuirgli,  soprattutto  alla fine dell’Ottocento  quando   praticamente Caravaggio viene “scoperto” e “valorizzato”.

Dobbiamo tenere presente che proprio in quel  periodo,  siamo  nel 1884, il poeta francese Paul Verlaine pubblica  I poeti maledetti. Questa è un’opera   che  sancisce  una  rivoluzione  nell’intendere  i   valori tradizionali,   li   scompiglia   e  sovverte   totalmente   la   loro considerazione  borghese e benpensante. Lo scritto di Verlaine esalta l’irrazionale,  l’attrazione per la follia, la trasgressione, la sregolatezza,  l’autodistruttività e  la tentazione del male, nonché un intendimento della sessualità  di tipo   “diverso”.  Ci  sono molti elementi attinenti al simbolismo-decadentismo francese,  troppi e volerli attribuire al Caravaggio mi sembra una forzatura perché Michelangelo è  uomo  del  sedicesimo secolo, non dobbiamo dimenticarlo.

Credo di più, invece, nella voglia di riscatto morale annidata nell’animo del Merisi e, seppure inconscia,  nella  lotta  tra un Es profondamente  e  prepotentemente creativo, quindi sovversivo,  ed  un SuperIo altrettanto poderoso  attinto  dai  modelli morali  che  gli  sono intorno. Le  amicizie  protettive  di Federico  Borromeo  e del cardinal Francesco Maria Bourbon Del Monte sono un riferimento certo, anche se quest’ultima lascia effettivamente qualche dubbio, perlomeno di tipo “estetico”, sulle preferenze del prelato.

Egli,  quindi,  tenta  il recupero  di se stesso, e del suo terribile carattere disforico, oserei dire addirittura tendente alla ciclotimia maniaco-depressiva, attraverso  l’affermazione quale artista  di una perfezione ossessiva, provando a percorrere scelte assai rigorose (religiosità oratoriana, pauperismo etc.) alle quali, però, non  riesce a tenere fede altrettanto rigorosamente con il suo comportamento anticonformista ed irriverente. Chi è sfiorato dalla presenza della morte, si attacca inevitabilmente di più alla vita. La modalità psichica che esorcizza il Thanatos è quella di una maggiore espressione dell’Eros. Mettere d’accordo la necessità del rigore morale con l’urgenza dell’espressione libidico-erotica è sempre stato  il  cruccio dell’uomo e Caravaggio, anch’egli, ce lo conferma. È l’eterna lotta tra l’essere ed il dover essere.

Il senso di  colpa che ne scaturisce  e il  bisogno  inconscio  d’espiazione  lo  portano ad una risposta di tipo autodistruttivo. In effetti, invece di evitarla, fuggendola, il Merisi si dirige, un passo dopo l’altro, tra le braccia di una fine prematura nonché beffarda.

Oltre il probabile omicidio del periodo pre romano, abbiamo notizie di scontri e risse cui ha partecipato durante la permanenza capitolina nel lasso di tempo più oscuro che va dal 1597 al 1599. Guardiamo con attenzione questa breve, necessariamente incompleta, sequenza di avvenimenti per comprendere meglio la forza inconscia che lo abita e che si manifesta sotto forma d’orgoglio e di presunzione quali attributi prevalenti del suo carattere. Nel febbraio del 1601 è sottoposto a processo per aver ferito Flavio Canonico, custode di Castel Sant’Angelo, il processo è annullato per sopraggiunta riappacificazione. Nel 1602, sfregia Venanzio, corriere del Papa, che accostato all’ingresso della sua bottega (sita nell’allora vicolo dei ss. Cecilia e Biagio, oggi vicolo dell’Umiltà) è colpevole di averlo guardato da sotto in su. Il 28 agosto 1603 è intentato un processo per diffamazione da parte del collega Giovanni Buglione contro lui e i suoi amici Onorio Longhi e Orazio Gentileschi. A causa di ciò finisce nel carcere di Tor di Nona dal quale esce il 25 settembre per l’intervento dell’Ambasciatore di Francia. Il 24 febbraio 1604 il cameriere dell’osteria del Moro lo querela per offese e violenze (Michelangelo gli sbatte in faccia un piatto di carciofi, ferendolo al volto poiché sembra che il garzone gli abbia mancato di rispetto rispondendo con sufficienza ad una sua domanda sul contenuto della pietanza del piatto). Sempre nel 1604 è di nuovo a Tor di Nona per dileggio e resistenza ad una ronda di guardie papaline che lo conoscono bene, come lui conosce bene loro. Nel maggio del 1605 è di nuovo arrestato per porto d’armi abusivo. Nel luglio del 1605, ferisce al volto, sfregiandolo, il notaio Mariano Pasqualone  de Accumulo a causa di una certa modella di nome Lena Antognetti, forse la stessa giovane donna poi affogata nel Tevere che egli adopera per il quadro della morte della Vergine. Fino al fatidico giorno, il 29 maggio 1606. In questa calda giornata primaverile, uccide a coltellate Ranuccio Tommasoni da Terni per una rissa nel gioco della pallacorda (proprio in Campo Marzio, vicino Palazzo Madama dove egli aveva dimorato ospite del Cardinal Del Monte). Il litigio scoppia a causa di divergenze sul punteggio finale: era in ballo una posta di alcuni scudi d’oro.

Da questo momento in poi, il ritmo della sua “fuga” di vita subisce un’accelerazione.

Condannato  a  morte in contumacia Michelangelo è costretto a vagare affannosamente per anni di luogo in luogo, rincorso dagli sbirri: Zagarolo, Palestrina, Paliano, Napoli, Malta. Qui, nel giugno del 1607, viene prima accolto con ogni onore ed insignito dell’ordine di cavaliere di grazia, onorificenza che i Cavalieri davano a chi non era nobile di nascita ma distinto per talento, poi, a causa di un violento diverbio con un nobilissimo cavaliere di giustizia (forse il Gran Maestro Alof De Wignacourt riceve la notizia della sua condanna per omicidio), è incarcerato nella fortezza di Sant’Angelo de La Valletta da dove riesce a scappare rocambolescamente il 6 ottobre del 1608. Con due diverse sentenze, il primo novembre e il sei dicembre del 1608, i cavalieri espellono dall’Ordine Michelangelo “in quanto membro fetido e putrido” (tamquam membrum putridum et foetidum).

Siracusa, Messina, Palermo e poi ancora Napoli.  A Napoli, nell’ottobre del 1609, all’uscita dell’osteria del Cerriglio alcuni sicari (sembra) del Gran Maestro di Malta Alof de Wignacourt, gli tendono un agguato, lo feriscono gravemente e gli sfigurano il volto con armi da taglio. Da qui s’imbarca nel luglio del 1610 dalla marina di Chiaia, ancora convalescente a causa delle ferite “napoletane”, perché vuole  raggiungere Roma via mare. Approda a Procida, dove vengono caricati l’acqua e i portercolesi, e riesce ad ottenere un passaggio per raggiungere proprio Porto Ercole (da Napoli spagnola al Presidio spagnolo di Toscana). Se vuole rientrare a Roma, per ragioni giudiziarie, deve passare per lo Stato dei Presidi, i porti del grossetano sotto la giurisdizione spagnola. Si suppone che, a causa di un litigio con il comandante, Michelangelo viene fatto sbarcare anzitempo dalla nave a  Palo sulla costa laziale. In questo luogo si rivolge concitato e furioso al comando di guarnigione per denunciare il capitano della nave che, nel scaricarlo così bruscamente, non gli aveva permesso di portarsi con sé le sue cose e tre tele dipinte, tra cui il san Giovannino e la nuova Maddalena in estasi. Per tutta risposta, subisce un controllo ed è scambiato per un pericoloso evaso (lo sfregiato Pietro Troiani ricercato dagli sbirri di Terracina) proprio a causa delle orrende cicatrici che gli deturpano il volto procurategli dagli sgherri maltesi a Napoli. È  liberato due giorni dopo, sembrerebbe solo in seguito al pagamento di una somma in denaro. Sotto un sole impietoso, risale le spiagge verso nord nel vano tentativo di giungere a Porto Ercole prima della barca che lo aveva lasciato sul litorale laziale. La feluca era ripartita con le sue povere cose e tre sue tele che giungeranno a Napoli prima della sua morte e dell’annuncio della grazia papale. L’altro dei tre quadri era quello di S. Giovanni Battista commissionato da Scipione Borghese, ora esposto presso la Galleria Borghese a Roma.

Il Caravaggio muore il 18 luglio  del 1610 completamente solo, spossato per le  privazioni e a causa di una “febbre maligna”, come ci tramanda il Bellori,  probabilmente dovuta a salmonella o tifo per del cibo infetto mangiato sulla nave. Lo vediamo “continuare la sua fuga” disperatamente sulla spiaggia della Feniglia, nei pressi di Porto Ercole, alla rincorsa del  vascello con la sua “roba” ancora a bordo e  che avrebbe dovuto riportarlo a Roma. Il perdono papale lo avrebbe raggiunto pochi giorni dopo. Un documento ci indica il luogo: l’ospedale di Santa Maria Ausiliatrice “reparto femminile, nella piccola infermeria che assicurava le cure, la sepoltura temporanea (nel piccolo cimitero dove ora è collocato il monumento dedicato al genio, ad opera di La Fauci) e l’inventario dei beni” ***.

Non aveva ancora trentanove anni.

* Nacque nella parrocchia di S. Stefano in Brolo il 29 settembre del 1571 nella città di Milano, l’atto di battesimo dell’artista, scoperto nell’Archivio Diocesano milanese tra i registri della parrocchia di Santo Stefano in Brolo è la prova, a lungo e invano cercata dagli studiosi, che il pittore nacque non nel paese del Bergamasco da cui prese il nome, ma nel capoluogo lombardo e qui fu battezzato il 30 settembre 1571, il giorno successivo alla nascita. Il documento, preciso e inequivocabile, è emerso il 14 febbraio del 2007 nell’Archivio storico diocesano di Milano. La scoperta è di  Vittorio Pirami, 67 anni, manager pensionato pistoiese che vive in provincia di Milano.

**Esso raggiunge il suo apice intorno al 3°-5° anno d’età durante la fase fallica per avere un ritorno di fiamma  durante la cosiddetta pubertà e viene superato con un tipo particolare di scelta dell’oggetto d’amore.

* ** Un “foglio volante”, conservato presso l’archivio vescovile di Pitigliano, recita così: “A li 18 luglio 1609    nell’ospitale di S. Maria Ausiliatrice morse (= morì, n.d.a.) Michel Angelo Merisi da Caravaggio, dipintore, per malattia”. La data erronea (quella esatta è il 18 luglio 1610), è da ricondursi al fatto che ancora non fosse stato introdotto nell’area senese il calendario gregoriano, secondo cui il primo settembre coincide con la natività della Vergine e con l’inizio dell’anno”.

Bibliografia

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Venturi, L. 1951 ~ Il Caravaggio di Lionello Venturi; con prefazione di Benedetto Croce, Istituto geografico De Agostini, Novara

Baroni, C. 1956 Tutta la pittura del Caravaggio, Rizzoli, Milano

Ottimo Della Chiesa, A. 1971 ~ L’opera completa di Caravaggio, Rizzoli, Milano

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Calvesi, M. 1990 ~ Le realtà del Caravaggio, Einaudi, Torino

Camilleri, A. 2007 ~ Il colore del sole, Mondatori, Milano

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Di Silvestro, P. 2002 ~ La fuga e la sosta, Caravaggio a Siracusa, Rizzoli, Milano

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Giorgi, R. 2003 ~ Caravaggio: una rivoluzione terribile e sublime, Leonardo arte, Milano

Zuffi, S. 2006 ~ (a cura di) Grandi monografie, Caravaggio,  Mondatori Electa S.p.A., Milano

Filmografia

Goffredo Alessandrini 1941 ~ Caravaggio, il pittore maledetto

Francesco Blasi 1967 ~ Caravaggio, (sceneggiato Rai radiotelevisione italiana)

Derek Jarman 1986 ~ Caravaggio

Mario Martone 2004 ~ Caravaggio. L’ultimo tempo (1606-1610)